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domenica 16 ottobre 2016

MINTURNAE, SENTINELLA DEL LIRI di Maria Teresa D'Urso.






La “Johnson a Ruegg”, è il titolo di un convegno di studi organizzato in data 11 maggio 1996 a Minturno, a cura dell’Archeoclub “Minturnae”, sezione locale dell’Archeoclub d’Italia. L’evento era determinato dalla presentazione del secondo volume del diario di scavi di J. Johnson, “Excavations at Minturnae”, The University of Pennsylvania, 1933, tradotto in lingua italiana a cura dell’Archeoclub “Minturnae”. Minturnae, insieme con Ausonia e Vescia, era una delle tre principali città del territorio degli Aurunci, racchiusa nella catena dei monti Aurunci e del Massico. Faceva parte della Pentapoli Aurunca, comprendente le città di Vescia, Sinuessa, Suessa, Ausona, Minturnae. Posta sulla sponda settentrionale del Liri, ebbe, fin dall’origine, funzione da difesa e, trovandosi a breve distanza dal fiume, divenne porto fluviale della regione, tanto da costruire uno sbocco alle città e ai borghi della zona collinare circostante. Minturnae fu coinvolta nella prima e nella seconda guerra sannitica. Delle città della Pentapoli, Sinuessa è ancora oggi oggetto di studio e di ricerca Suessa ebbe la sua probabile continuazione nella odierna Sessa Aurunca; di Musona e Vescia rimangono le indicazioni del sito, nel contesto di studi e di ritrovamenti di reperti, che certamente non corrispondono alla esigenza continua d’individuarne il sito. Minturnae posta in una posizione strategica, essendo attraversata dalla Via Appia, iniziata da Appio Claudio il Cieco nel 312 a.C., ebbe una ripresa rapida e divenne la principale città di transito fra il Latium Novus e la Campania. Nel 295 a.C., fu dedotta nel Territorio di Minturnae una colonia di cittadini romani, con carattere prevalentemente militare. In seguito si ebbero stanziamenti nell’età di Cesare (I sec. a.C.) e poi in età imperiale. Nell’anno 88 a.C., nelle paludes minturnenaes, avvenne la fuga di Caio Mario che, fuggiasco da Roma, perché proscritto, fu dichiarato da Silla nemico pubblico. Caio Mario, console romano, rifugiatosi per volere dei magistrati minturnesi in casa di Fannia, matrona romana, stava per essere ucciso da un Cimbro di nome Gerone, il quale “claritate viri occaecatus, abjesto ferro, attonitus inde ac tremans fugit”. In seguito a ciò, molto probabilmente, il console avuta salva la vita, si rifugiò in un bosco sacro che circondava il tempio della dea Marica, divinità del luogo, sulla riva destra del fiume, presso la foce del Garigliano, dove oggi rimangono tracce del tempio “extra moenia”, di origine italica, ed altre notevoli testimonianze archeologiche. Dopo essere stato misteriosamente liberato, il console fu fatto imbarcare per l’Africa. Da questo momento, fino a nuovi studi attualmente in corso di rivalutazione, non si hanno più testimonianze specifiche, relative alla città di Minturnae. E’ probabile che l’estendersi della palude, le invasioni dei Goti e dei Longobardi, le incursioni saracene, abbiano causato la distruzione della città.
Gli abitanti superstiti si trasferirono sul colle più vicino, dove fondarono una nuova città che prese il nome di Traetto, civitas ad Trajectum, per la vicinanza al traghetto del fiume, del quale era stato distrutto anche il ponte, ricordato da Cicerone, come Pons Titetius. Per ciò che interessa lo stanziamento dei Saraceni (881-915), si è a conoscenza di una colonia di “predatori” che estendeva il suo dominio fino a Gaeta. La battaglia del Garigliano nel 915, pose fine alla loro presenza nel territorio ed in seguito a questo importante evento storico furono costruite due torri.
La prima, la Turris Gariliani, detta Bastia, fu distrutta poi nel 1828, in seguito alla costruzione di un ponte pensile di ferro, progettato da Luigi Giura di Maschito in Lucania ed inaugurato da Ferdinando II, il 10 maggio 1832 e poi distrutto durante gli ultimi eventi bellici.
La seconda, la Turris ad mare fu fatta erigere da Pandolfo Capodiferro, principe di Capua, fra il 961 ed il 982; fu fatta poi restaurare da Pietro Fedele, che la trasformò in Museo, fino al 1943, anno in cui fu distrutta dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Notizie storiche della città di Minturnae; presentate in una forma di estrema sintesi, richiedono notevoli ed ulteriori approfondimenti per ciascuno degli aspetti storico - archeologici citati. Per ciò che riguarda le fonti storiche e documentarie, indispensabili per lo studio in questione, si riportano qui di seguito, i titoli di alcune pubblicazioni curate dall’Archeoclub “Minturnae”, da circa trentadue anni operante nel territorio minturnese:
-          J. JOHNSON, Excavations at Minturnae, The University of Pennsylvania 1933, vol. I e II – tradotti in lingua italiana, Minturno, 1985 e 1996;
-          Minturnae e Zagabria; Archeologia a denominatore comune, Minturno, 1993 – vol. I – rielaborazione e coordinamento del testo di L. Crema – il vol. II è in corso di pubblicazione;
-          A. ARIANI, Scavi di Minturno, Catalogo delle Sculture, 1931-33, ristampa anastatica, Minturno, 1998;
-          M.T. D’URSO, Il tempio della dea Marica, alla foce del Garigliano, vol. I, Minturno 1985. Il secondo volume è in corso di pubblicazione;
-          S. DOMINIC RUEGG, The underwater excs in the Garigliano River: final report 1982. The Roman port and bridge at Minturne, Italy, diario di scavi di archeologia subacquea, dal 1966 al 1988 nel fiume Garigliano a cura del prof. D. Ruegg. Università di Philadelfia, tradotto in lingua italiana e pubblicato a Minturno nel 1999.
Quest’ultimo testo è di eccezionale valore storico - archeologico e merita una particolare presentazione a tempo debito. Altri studi sono stati pubblicati sulla Minturno medievale.
A conclusione di un così breve excursus su Minturnae, è doveroso riflettere sui valori che, mediante la conoscenza e lo studio, oltre che la ricerca scientifica sul nostro territorio, ci vengono trasmessi e che abbiamo l’onore e l’onere di trasmettere alle nuove generazioni. In un momento storico così importante, l’integrazione dello studio dell’archeologia nella società attuale, trova riscontro nella matura coscienza della fruizione dei beni archeologici. Fruizione che non si limita soltanto alla società in cui i beni si inseriscono, ma che assume compito educativo e formativo, nel contesto di esigenze primarie, delle quali il mondo della cultura non può più fare a meno.
Il Cronista n. 0/2004